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Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...

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EL_ROJO Offline
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Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Tra il mare magnum delle entusiastiche suggestioni della decrescita felice di Latouche...una analisi in contro-tendenza...senza dimenticare Marx.
Parliamone...

LA “NOUVELLE VAGUE” DELLA DECRESCITA

di Luigi Cavallaro (da il manifesto del 16 settembre 2007)

Da quando il tracollo dell'esperimento sovietico è sembrato riportare le lancette della storia all'epoca del «trionfo della borghesia», per dirla col titolo del celeberrimo libro di Eric J. Hobsbawm, una nuova idea ha cominciato a farsi strada tra gli orfani irreconciliati dell'idea «crollista». L'idea, molto in sintesi, è che il capitalismo, assai più gravemente che da un antagonismo di classe nel frattempo annacquatosi, sarebbe minato da un rapporto contraddittorio addirittura con la «natura»: la sua propensione alla «crescita illimitata», infatti, prima o poi dovrebbe indurlo a sbattere il muso contro la finitezza del pianeta Terra e delle sue risorse.



È stata la legge dell'entropia a offrire il pilastro teorico su cui edificare una narrazione ancor più fosca del declino irreversibile del modo di produzione (nuovamente) dominante. La presa di coscienza del fatto che tutti i tipi di energia sono destinati prima o poi a trasformarsi in calore non più utilizzabile e che il sistema solare tutto tende verso una «morte termodinamica» ha indotto, infatti, i «neocrollisti» a formulare critiche «radicali» all'idea che il processo economico potesse essere descritto in termini circolari e a esigerne con forza una rappresentazione in termini unidirezionali, rispettosa della «freccia del tempo».
La catastrofe annunciata
La termodinamica, in tal modo, è diventata la «fisica del valore economico» e la legge dell'entropia «la radice della scarsità economica», come scrisse l'economista e statistico di origine rumena Nicholas Georgescu-Roegen. E, complice l'ignoranza delle ragioni che, nel secondo dopoguerra, avevano portato gli economisti a identificare nel Prodotto interno lordo la misura della ricchezza delle nazioni, i neocrollisti hanno individuato nella crescita del Pil la spia di codesta contraddizione fra il capitalismo e la natura, giungendo coerentemente a indicare nella «decrescita» il rimedio capace di salvare la Terra e l'umanità dall'incipiente catastrofe.
Parallelamente, essi hanno cominciato a diffondere visioni ireniche della preistoria dei rapporti di produzione moderni.
Le forme di vita delle piccole comunità di cacciatori-raccoglitori e, in genere, delle società precapitalistiche sono state descritte come altrettanti Eden, in cui gli individui vivevano in armonia con l'ambiente circostante, appropriandosene giusto quel tanto che serviva a sfamarsi e a riprodursi. Il fatto che l'arrivo dell'Homo sapiens sapiens in un qualche nuovo territorio fosse immancabilmente seguito da un'ondata di estinzioni di animali di grossa taglia, che molte comunità contadine praticassero un'agricoltura basata sul metodo «taglia e brucia», che eventi atmosferici banali potessero condannare intere comunità alla fame e che le condizioni di lavoro e di vita fossero terrificanti è stato semplicemente dimenticato. Così come è stata dimenticata una lettera in cui Engels commentava severamente con Marx le pretese di un tal Podolinskij di «esprimere rapporti economici in misure di fisica». La teoria marxista è stata anzi ritenuta corriva col peggior capitalismo e l'insistenza di Marx sullo sviluppo delle forze produttive è stata additata come matrice ideologica dei disastri ambientali del «socialismo reale», dall'esplosione del reattore di Chernobyl al disseccamento del lago d'Aral.
I drogati del produttivismo
Una brillante sintesi degli approdi più recenti ai quali è pervenuto il «neocrollismo» ci viene ora dall'ultimo libro di Serge Latouche, lo studioso francese che può esserne considerato il principale rappresentante. La bibliografia che correda La scommessa della decrescita (Feltrinelli, pp. 215, euro 16) si presenta infatti come una sorta di who's who della nouvelle vague e il volume stesso, in molte parti, è costruito con la tecnica del «citazionario», utilissima per sapere chi ha detto cosa e dove e quando. La quarta di copertina, poi, ci informa che questo libro è «un vero e proprio manifesto teorico della Società della decrescita». Proprio così, con la S maiuscola.
Latouche comincia col dirci cosa la «decrescita» non è. Non è lo «stato stazionario» degli economisti classici, «né una forma di regressione, di recessione o di "crescita negativa", e neppure la crescita zero». Non è nemmeno un concetto, «almeno non nel senso tradizionale del termine». E' piuttosto «uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un "termine esplosivo" che cerca di interrompere la cantilena dei "drogati" del produttivismo». Più che di decrescita, precisa anzi lo studioso, bisognerebbe parlare di «a-crescita», perché «si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo». Ma siccome «decrescita» è un termine ormai entrato nell'uso, vale la pena di mantenerlo e semmai di qualificarlo opportunamente con l'aggettivo «conviviale», secondo l'accezione che ne propose negli anni '70 Ivan Illich: si tratta infatti di sollecitare la «capacità da parte di una collettività umana di sviluppare un interscambio armonioso tra gli individui e i gruppi che la compongono e della capacità di accogliere ciò che è estraneo a questa collettività».
Ma cos'è che dovremmo fare «decrescere»? Come molti ecologisti, Latouche afferma perentoriamente che «una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito». Non è però chiaro se stia parlando della crescita dei valori d'uso o della crescita del loro valore di scambio espresso in moneta. E' solo per i primi, infatti, che valgono le leggi fisiche; il secondo può aumentare in maniera indefinita. Non c'è alcuna impossibilità «fisica» capace di impedire che il valore di scambio di un paio di scarpe cresca di dieci, cento o mille volte, ci può essere al massimo una difficoltà fisica di accrescere di cento o mille volte la produzione mondiale di valori d'uso che abbiano «natura» di scarpe. Solo se si ritiene che il prezzo delle merci rifletta la loro «scarsità» - una credenza tipicamente neoclassica, che s'impose ai tempi della rifondazione della teoria economica da parte di Jevons, Menger e Walras - si può rinvenire nella «crescita del Pil» una misura dello «sforzo» imposto dalla società all'ambiente. Ma che il prezzo delle merci sia una funzione delle reciproche scarsità relative è un'affermazione teoricamente infondata, come hanno dimostrato Garegnani e Sraffa ormai quasi cinquant'anni fa. Dunque, perché prendersela con la «crescita del Pil»?
Il programma delle «otto R»
Lo stesso Latouche, peraltro, ricorda che «le convenzioni sulle quali si fonda il calcolo del Pil contengono indubbiamente alcuni elementi di arbitrarietà dal momento che alcuni beni e servizi non mercantili possono essere più o meno inclusi». Volendo essere precisi, ciò significa che dal calcolo del Pil dovrebbe essere escluso l'intero ammontare della produzione pubblica costituita da beni e servizi non destinati alla vendita: scuola e sanità, infatti, non sono merci, dunque non hanno un valore di scambio che possa renderle commensurabili con un'automobile Fiat. Ma di nuovo, quand'anche togliessimo dal Pil l'intero ammontare delle spese pubbliche, facendolo così «decrescere» del 40-50 per cento rispetto ai suoi valori attuali, non avremmo eliminato il consumo di energia e materia che la produzione di quei beni e servizi ha richiesto. E anche sotto quest'altra forma riapparirebbe che i «critici del Pil» stanno in realtà prendendosela coi mulini a vento.
Ma facciamo finta che la confusione non ci sia e che, quando parla di «decrescita», Latouche intenda riferirsi solo ad una decrescita della produzione di valori d'uso. Come arrivarci? «Il cambiamento reale di prospettiva può essere realizzato attraverso il programma radicale, sistematico, ambizioso delle "otto R": rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare», e la leva che lo studioso francese si propone di agire è la tassazione. Aumentando di «dieci volte» i costi di trasporto e incrementando la tassazione sulle macchine, «le aziende che seguono la logica capitalistica sarebbero ampiamente scoraggiate. In un primo tempo, un gran numero di attività non sarebbe più "redditizia" e il sistema resterebbe bloccato».
A quel punto, sarebbe senz'altro possibile «togliere sempre maggior quantità di terra all'agricoltura intensiva», semplicemente - aggiungiamo noi - perché le aziende agricole capitalistiche avrebbero decretato fallimento, e si potrebbe senz'altro «darla all'agricoltura contadina, biologica, rispettosa degli ecosistemi». E questa dinamica, che farebbe sì che «ogni produzione che può essere realizzata su scala locale e al fine di soddisfare bisogni locali» venga «realizzata localmente», contribuirebbe «anche a risolvere il problema della disoccupazione»: già, perché la decuplicazione della tassazione e il consequenziale blocco delle imprese capitalistiche avrebbero anche questa spiacevole conseguenza - qualche centinaio di milioni di disoccupati.
Sarebbe comunque una questione momentanea: presto le persone tornerebbero «ad apprezzare il territorio circostante» e «a temere di allontanarsi da casa loro», e comincerebbero «a riparare, a comprare prodotti di seconda mano, senza provare il sentimento di svalorizzazione di sé». E' il «paradiso» immaginato da Latouche: una società in cui «le vettovaglie sono molto meno numerose, ma ciascuno ne ha quante bastano e regna un clima di gioia inebriante suscitata da una condivisa frugalità».
La leva delle tasse
Il lettore un po' addentro alla teoria dell'economia pubblica e appena consapevole della complessità della dinamica dei sistemi sociali non potrà che stupirsi di fronte all'attribuzione di una potenza così «distruttivamente creatrice» alla tassazione. Si potrebbe supporre che un passaggio intermedio per approdare a codesto «paradiso» sia la nazionalizzazione delle terre, tanto più che, seppur di passata, nel volume si accenna al fatto che viviamo in una società «attraversata dalla lotta di classe» e si legge perfino che «il nodo del problema è proprio la questione del potere». Ma Latouche non si propone affatto di resuscitare Vladimir Il'ic (Lenin), ma di glorificare Ivan Illich. Scopriamo così che presupposto indispensabile per la riuscita del programma delle «otto R» è un'«autotrasformazione» non violenta della «società», che non faccia uso di leggi, decreti o polizia e che sia nondimeno capace di «suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi».
Non è chiaro se Latouche immagini un processo in cui sempre più persone comprano i suoi libri, si convincono della bontà delle sue idee, si danno appuntamento in piazza o in altro luogo «conviviale» e cominciano a concertarsi su come attuare il programma delle «otto R», ma non ci sembra di intravedere altro modo per produrre il presupposto indispensabile al suo obiettivo. E se la «pedagogia delle catastrofi» rivendicata nell'ultimo capitolo del suo libro genera proposte politiche del genere, sovviene per la «decrescita» un distico caro a Marx: «là dove mancano i concetti / s'insinua al momento giusto una parola».

http://www.erreinfo.altervista.org/modul...le&sid=531
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Feliks Offline
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RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
me lo ricordo, bel pezzo
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EL_ROJO Offline
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RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Perche' i decrescitisti non vanno a fare proseliti nei Paesi del secondo e terzo mondo, in situazioni di emerging markets che sono al di sotto dello sviluppo "competitivo" delle forze produttive?

La decrescita cos'e' quindi: un mea culpa del capitalismo cinico e crudele?
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Feliks Offline
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RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
(14/12/2009 11:56 PM)EL_ROJO Ha scritto:  Perche' i decrescitisti non vanno a fare proseliti nei Paesi del secondo e terzo mondo, in situazioni di emerging markets che sono al di sotto dello sviluppo "competitivo" delle forze produttive?

La decrescita cos'e' quindi: un mea culpa del capitalismo cinico e crudele?
sì, come il vegetarianesimo e un certo tipo di ambientalismo ottuso
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Valerio
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Messaggio: #5
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Ho trovato anche questo articolo di Brancaccio, del 2005 se non sbaglio. Che ne pensate?

Negli ultimi anni, all'interno di molte formazioni politiche della cosiddetta sinistra radicale europea,
è prevalsa una concezione perniciosamente "multiculturalista" della teoria e della prassi politica.
Secondo questa concezione, il successo di un partito non dipenderebbe più dalla capacità di
sviluppare una ferrea dialettica tra le varie posizioni in campo e di derivare, da essa, una sintesi
superiore che possa guidare l'azione politica. Al contrario, il consenso si misurerebbe in base alla
capacità di giustapporre visioni anche contraddittorie tra loro e di lasciare che tutte sopravvivano -
ognuna depositaria di una propria verità parziale - grazie ad una sostanziale neutralizzazione dello
scontro dialettico interno. La polemica ambientalista, che si trascina ormai stancamente da anni, ha
subito anch'essa questo infausto destino. Ed è un peccato, considerato che gli ambientalisti
appartengono a quella rarissima, dialetticamente fondamentale categoria di soggetti capaci di avere,
al tempo stesso, ragione da vendere e torto marcio.
Devo avvisare che nel tentativo di superare questa contraddizione farò riferimento, in quel che
segue, ad alcuni elementi di teoria. Il che dopotutto è inevitabile: per costruire infatti la sintesi
rosso-verde di cui tanto si parla ma che tuttora sembra ben lungi dall'essere acquisita, non mi risulta
che basti citare a caso qualche passaggio apparentemente agevole del Capitale.
Gli ambientalisti hanno ragione perché sono materialisti. Essi hanno compreso, prima e meglio di
tutti, che lo sviluppo illimitato del capitale si inscrive in un orizzonte naturale finito, e che già da
tempo si avvertono i primi, devastanti segnali di impatto tra la meccanica pervasiva
dell'accumulazione capitalistica e i confini insuperabili del sistema naturale. Gli ambientalisti ci
ricordano inoltre che tali segnali sono destinati a diffondersi e ad intensificarsi. E le loro evidenze
risultano ormai talmente robuste da far giustamente dubitare della buona fede di chi avanza
obiezioni nei loro confronti.
Un problema tuttavia si pone, e riguarda il modo in cui si decide di interpretare la pressione
crescente del capitale sul vincolo delle risorse naturali. Sussistono a questo riguardo due opzioni: ci
si può soffermare sulla possibilità che questa pressione stravolga le attuali condizioni di
riproduzione dei rapporti sociali, oppure ci si può concentrare sull'eventualità che essa finisca per
compromettere le condizioni di riproduzione della stessa vita sulla Terra.
Non è un mistero che molti ambientalisti prediligano, a torto, questa seconda chiave di lettura. In
particolare, la prospettiva dell'autodistruzione del genere umano viene esaltata da una frangia
dell'ambientalismo radicale che potremmo definire "apocalittica". Il relativo successo di questa
frangia sembra direttamente proporzionale ai suoi giganteschi limiti analitici: per quanto infatti la
plausibilità di un apocalisse ambientale sia ormai un dato scientifico acquisito, appare evidente che
una tale fretta di giungere alla "fine della Storia" denoti una macroscopica carenza di strumenti per
lo studio dei processi sociali in corso. Non è un caso del resto che proprio gli "apocalittici" si
rivolgano, sia nelle loro analisi che nelle invocazioni, all'umanità presa come un tutto, anziché alle
classi e ai gruppi di interesse che la compongono e che ne costituiscono le vicende. Purtroppo
questo orientamento risulta diffuso non solo presso la generosa militanza di base, ma anche tra
giganti del calibro di Nicholas Georgescu-Roegen, sempre prodighi di esortazioni verso una non
meglio specificata "generazione presente" a tener conto degli interessi di una ancor meno definita
"generazione futura". Georgescu-Roegen fu un brillante critico della economia volgare dominante.
In alcune circostanze, come quella del "teorema di non sostituzione", egli giunse persino ad
anticipare alcuni nodi cruciali del dibattito marxista novecentesco. Ciò nonostante, bisogna
ammettere che la tipica scelta, sua e degli ambientalisti, di declinare il conflitto in chiave
intergenerazionale anziché di classe, rende i loro contributi esattamente speculari a quelli
dell'economia volgare. Il che in un certo senso è paradossale, visto che l'obiettivo dichiarato di
quest'ultima è di valorizzare l'astinenza dal consumo presente per favorire non certo il risparmio
energetico ma, al contrario, proprio l'accumulazione futura di capitale.
La difficoltà di introiettare il vecchio insegnamento di Marx ed Engels, secondo il quale la storia di
ogni società è storia di lotte di classi, spinge tuttora troppi ambientalisti verso una risibile deriva
etico-normativa, che li induce nella migliore delle ipotesi a formulare progetti di ingegneria sociale
tanto minuziosi quanto improbabili, e nella peggiore a ricercare conforto in vere e proprie fughe
all'indietro, dal mondo e dal processo storico. Si pensi ad esempio al dibattito sulla "decrescita". Su
di esso è bene chiarire che, di fronte alla ormai perenne sudditanza dei programmi delle sinistre
europee ai capricci del ciclo capitalistico, un attacco del genere all'apologia della crescita potrebbe
anche rivelarsi salutare. E questo non certo perché il legame tra crescita capitalistica e occupazione
si sia attenuato, come qualcuno erroneamente si ostina a dichiarare; quanto piuttosto perché risulta
ormai chiaro a tutti il fallimento delle strategie volte a subordinare le lotte per i diritti fondamentali,
incluso il lavoro, alle bizzarrie della congiuntura. Inoltre bisogna aggiungere che, in linea di
principio, non vi sarebbe nulla di sbagliato nel porsi l'obiettivo politico di comprimere il reddito
medio procapite a livello mondiale. Si tratterebbe anzi di una decisione assolutamente logica, se al
netto del più ottimistico sviluppo delle tecnologie risparmiatrici di risorse naturali si dovesse
comunque registrare un contrasto insanabile tra i limiti dell'ecosistema e l'espansione della
produzione e quindi dei consumi. Ovviamente, però, un obiettivo di tale portata merita di esser
preso sul serio solo se gli si affiancano adeguati strumenti d'azione. E chiunque abbia un minimo di
dimestichezza con il funzionamento di un sistema economico complesso non tarderebbe a
riconoscere nell'abbandono dell'anarchia capitalistica e nella espansione della economia pianificata
l'unica svolta in grado di trasformare lo slogan d'élite della decrescita in un credibile obiettivo di
massa.
C'è dunque lo spettro di Lenin e della Rivoluzione d'Ottobre dietro le più recenti suggestioni
dell'ambientalismo radicale? Troppo bello per esser vero. In realtà la grande maggioranza degli
ecologisti si divide tra chi si lascia sedurre da sofisticati meccanismi di incentivo e punizione fiscale
- elaborati nell'ambito dell'economia volgare al fine di bandire l'ipotesi della "proprietà pubblica"
dal dibattito politico - e chi addirittura decide di aderire alle farneticazioni di Latouche e dei suoi
epigoni sulla costituzione di enclaves di produzione e consumo eque e solidali, autonome,
periferiche e dissidenti rispetto alla "megamacchina capitalistica". Insomma, se qualcuno ancora
pensava che le fantasticherie di Proudhon e dei socialisti borghesi fossero ormai alle nostre spalle,
farà bene a ricredersi in fretta.
I pochi ambientalisti più attrezzati sul piano sociologico e politico, tuttavia, resistono con facilità a
simili, sciagurate tentazioni. Essi naturalmente non negano affatto l'eventualità dell'apocalisse
ambientale, né tantomeno si risparmiano quando si tratta di mettere sotto accusa l'apologia
imperante della crescita capitalistica. A tutto questo, però, essi ritengono indispensabile premettere
un esame dei mutamenti che il vincolo delle risorse naturali provoca sul corso della Storia,
attraverso il suo impatto sulle condizioni di riproduzione dei rapporti sociali prima ancora che della
vita in generale. Non mancano, a questo proposito, ricerche tese ad evidenziare come, già a partire
dal prossimo decennio, possa determinarsi una nuova tendenza nella evoluzione dei prezzi relativi
del sistema economico mondiale, e quindi anche nella dinamica della distribuzione del reddito e del
potere tra le varie classi sociali. Queste ricerche rivelano che, nella classifica dei "grandi ricchi" di
domani, gli innovatori in campo scientifico, tecnologico e finanziario potrebbero essere
rapidamente soppiantati dai meri proprietari di risorse naturali scarse: dalle fonti energetiche
all'acqua, passando per le sempre più rare e inaccessibili oasi incontaminate, luoghi per eccellenza
del privilegio. Tale tendenza dovrebbe tra l'altro circoscrivere l'ottimismo di chi ha recentemente
sostenuto che la pressione capitalistica sull'ambiente possa esser mitigata dallo sviluppo futuro di
produzioni "immateriali e pulite". Questo ottimismo potrebbe infatti essere al limite condiviso in
termini fisici, ma non certo in termini di valore. La ragione è che le produzioni immateriali non
pongono alcun ostacolo all'innovazione tecnologica e quindi all'abbattimento dei costi di
produzione. Al contrario, la possibilità di ridurre i costi delle merci ad elevato contenuto di risorse
naturali risulterà sempre condizionata dai vincoli fisici che tali risorse pongono alle innovazioni. La
conseguenza è che il peso economico delle produzioni immateriali è destinato a diminuire, mentre
quello delle risorse naturali, e della rendita ad esse associata, pare inesorabilmente incamminato
lungo un sentiero di crescita.
La domanda che a questo punto si pone è la seguente: chi pagherà l'incremento delle rendite
assegnate ai proprietari di risorse? I dati, a questo proposito, sono inequivocabili. Da tempo si rileva
che l'impresa capitalistica riesce a scaricare l'intero peso della rendita sul salario netto per unità di
prodotto, attraverso una pressione diretta sui prezzi e sulle condizioni di lavoro, e una pressione
indiretta sulle istituzioni per l'abbattimento della spesa sociale e la privatizzazione demaniale.
Volendo ricercare una spiegazione teorica per questo fenomeno, dovremmo constatare l'ennesimo
fallimento dell'economia volgare: questa, infatti, basandosi sul principio secondo cui viene sempre
pagato meglio il "fattore produttivo" più scarso, dà luogo al risultato, opposto ed armonico, secondo
cui l'accumulazione e la conseguente abbondanza relativa di capitale dovrebbero provocare un
accrescimento non soltanto delle rendite dei proprietari di risorse naturali ma anche dei salari dei
lavoratori. E dovremmo invece porgere ancora una volta un tributo agli schemi di derivazione
marxiana, gli unici in grado di dar conto della compressione salariale e del conseguente legame di
fatto tra sfruttamento della natura e sfruttamento del lavoro.
Ma, una volta accertata l'esistenza teorica ed empirica di questo legame, quali sono le implicazioni
politiche che se ne possono trarre? L'implicazione decisiva è che l'attore principale della
contraddizione tra crescita economica e limiti dell'ecosistema non si situa affatto alla periferia della
"megamacchina capitalistica", ma esattamente al centro della stessa. E' infatti sulla classe
lavoratrice che ricade sia lo sforzo della messa in movimento dell'accumulazione capitalistica, sia il
danno derivante dalle scarsità naturali che la stessa accumulazione produce ed amplifica. Da anni
questa contraddizione sfugge ai più, a causa del fatto che la frammentazione produttiva ha reso i
lavoratori invisibili e pressoché muti sul piano politico. Essi, tuttavia, a differenza della Natura e
delle generazioni future (mute per definizione), sono tuttora gli unici soggetti in grado di mettere in
crisi il meccanismo di sfruttamento sul quale è fondato il sistema di potere vigente.
Per il perseguimento di questo obiettivo, gli strumenti di cui i lavoratori dispongono, allo stato dei
fatti, sono ben noti: una spinta "incompatibile" sul salario per unità di prodotto e sulla quota di
disavanzo pubblico destinata alla spesa sociale. Chiunque preservi ancora un minimo di memoria
storica, dovrebbe riconoscere che una spinta del genere non può mai essere interpretata
semplicemente alla luce della pur comprensibile esigenza dei lavoratori di migliorare le loro
condizioni di vita, assolute e soprattutto relative. Quella spinta, infatti, proprio perché
potenzialmente incompatibile, si presenterà sempre, in primo luogo, come una vera e propria
dichiarazione: di esistenza politica e quindi di lotta per il potere e per la trasformazione sociale.
Gli ambientalisti sensibili all'insegnamento marxiano non avranno alcuna difficoltà nel convenire
sul fatto che una seria battaglia in difesa della natura dovrà sempre logicamente collocarsi
all'interno e in assoluta coerenza con le spinte incompatibili che la classe lavoratrice eserciterà sulle
variabili economiche del sistema. Gli altri ecologisti, che preferiranno invece prender le distanze,
magari paventando il rischio che tali spinte diano luogo nel breve periodo a un incremento dei
consumi e quindi dell'inquinamento, indubbiamente avranno vita più facile. Essi potranno infatti
placidamente continuare a pubblicare articoli allarmisti per il loro selezionatissimo pubblico, a
giocare con i loro inutili esercizi di ingegneria sociale, e qualche volta avranno persino l'opportunità
di flirtare con gli attuali centri di potere del sistema capitalistico. Il tutto senza avere alcun bisogno
di impegnarsi nell'arduo compito di far uscire l'immaginario dei lavoratori dalla gabbia capitalistica
nella quale è rinchiuso. Non credo dunque di sorprendere nessuno se, per questi ultimi ecologisti,
riesumerò la vecchia definizione di nemici. Di classe, e quindi dell'ambiente

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f...icolo=4985
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Soso Offline
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Messaggio: #6
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Per il momento ho letto solo la prima parte e ne condivido appieno l'approccio.
Valerio devi però mettere il link dell'articolo
http://www.francescoredpoli.blogspot.com

http://www.calciointer.net

Estremismo malattia infantile del comunismo, infantilismo malattia estrema del comunismo
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Valerio
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Messaggio: #7
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Link messo, è un articolo che uscì su Liberazione e creò una piccola polemica.
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Flavus
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Messaggio: #8
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
io sono abbastanza a digiuno su questo argomento (già che in italia i decrescitisti sono grillini, la cosa mi puzza)
ho trovato questo piccolo saggio (che mi ripropongo di leggere quando ho tempo) che vi linko qui:

https://docs.google.com/fileview?id=0Bwg...YjA5&hl=it

Marx e la decrescita
Per un buon uso del pensiero di Marx
Marino Badiale, Massimo Bontempelli
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Attilio Diga
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Messaggio: #9
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
...
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Carlos
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Messaggio: #10
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
eh???
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Flavus
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Messaggio: #11
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Decrescita o socialismo?
Giovedì 30 giugno 2011, Domenico Moro (economista)

http://www.laprospettiva.eu/decrescita-o-socialismo/

Negli ultimi anni si è affermata in Italia, come in altri Paesi avanzati, la cosiddetta teoria della decrescita. Tale teoria deriva le sue fortune da vari fattori. In primo luogo, dall’indebolirsi di un filone creativo marxista adeguato ai tempi, anche a seguito del continuo e massiccio attacco ideologico cui è stato sottoposto da parte del pensiero dominante. La sostituzione della contraddizione uomo-natura a quella lavoro salariato-capitale, è stato uno degli assi di questo attacco, che ha dato centralità nel dibattito pubblico a temi come la crisi ecologica, l’esaurimento delle risorse naturali e i cambiamenti climatici. Tutti questi aspetti hanno favorito lo sviluppo dell’ecologismo come corrente politica autonoma.

La decrescita, pur appartenendo al filone dell’ecologismo, ne è una variante estremizzata. Secondo la decrescita non è sufficiente evitare gli sprechi o puntare su uno sviluppo “sostenibile” o “ecocompatibile” e sulle energie rinnovabili. Per la decrescita l’unica via di salvezza è ridurre drasticamente i consumi. Non è sufficiente stabilizzare la crescita o ridurre la spinta compulsiva alla crescita dei consumi, bisogna ritornare a livelli di consumo tipici di una società pre-industriale. La decrescita propone un modello specifico di società, “la società della decrescita”. Questa si caratterizzerebbe per una economia basata sulla piccola proprietà contadina, localistica, e autarchica, nella quale gli scambi tra aree territoriali siano quasi assenti, di fatto una economia curiosamente simile a quella medioevale.

Una idea di società del genere rientra a buon titolo nei progetti utopistici, che sono fioriti abbondanti nella storia delle idee. Il ritorno ad una società prevalentemente contadina, localistica e autarchica comporterebbe una regressione della società. Una economia basata sull’autoconsumo annullerebbe gli scambi e di conseguenza ridurrebbe a livelli molto semplici la divisione del lavoro. Ciò determinerebbe l’abbattimento della produttività del lavoro stesso, lo sviluppo scientifico e la sua applicazione sulle forze della natura al servizio dell’uomo. Una economia del genere potrebbe sostenere a livello mondiale una pressione demografica di poche centinaia di milioni di individui a livello mondiale, e non si capisce che fine farebbe la gran parte degli attuali sette miliardi di esseri umani.

Dietro la visione ingenua della “società della decrescita” vi sono vari errori di prospettiva, che ne rivelano le deboli basi scientifiche, economiche e sociologiche. Una drastica riduzione dei consumi e dello sviluppo è antistorica, perché non è mai avvenuto nella storia che l’umanità regredisse spontaneamente, e perché risulterebbe più che improbabile non solo ricondurre centinaia di milioni di europei e nord americani alla pura sussistenza, ma soprattutto negare a miliardi di asiatici, latino americani, e africani la possibilità di uscirne, come testimoniano i sommovimenti in Egitto e Tunisia e gli imponenti flussi migratori Sud-Nord in atto. Secondo i teorici della decrescita sarebbe la prospettiva millenaristica e catastrofista della crisi ecologica e dell’esaurimento delle risorse naturali ad incaricarsi di convincere miliardi di individui al grande balzo all’indietro.

Non vogliamo negare la crisi ecologica, ma la decrescita dimentica che le fonti di energia e le tecnologie che le impiegano non sono fattori fissi nella storia umana. Esse sono variabili, dal momento che la tecnica non è socialmente neutrale, sulla base della modifica dei rapporti di produzione. Il punto è, quindi, capire dove stia la causa della crisi ecologica. La teoria della decrescita sbaglia nell’individuarla, imputandola all’industria e al consumo tout court. Al contrario, la crisi ecologica ha la stessa causa della crisi economica, il modo di produzione capitalistico, basato sui rapporti di produzione lavoro salariato-capitale. Il consumo non è il fine del capitale. Il fine del capitale è il profitto. Sembra paradossale, ma la teoria della decrescita si afferma in una fase storica in cui i consumi di massa, nei Paesi più avanzati, si restringono e l’incidenza della povertà aumenta, insieme alla contrazione del salario reale. Una fase in cui le società più avanzate non “crescono”, o decrescono, a seguito di una delle crisi più profonde della storia del capitalismo. E tutto questo mentre crescono i profitti assoluti, la ricchezza dei ricchi e quindi crescono i loro – ma solo i loro – consumi di lusso.

Eppure, la decrescita nega che la questione sia quella dei rapporti di produzione basati sul capitale. Ugualmente nega che la classe lavoratrice possa essere protagonista della trasformazione della società e accomuna socialismo e capitalismo come tendenze nocive, sviluppiste. La questione diventa così etica e morale, e la soluzione viene rintracciata in una scelta volontaristica e individuale, nella frugalità piuttosto che nel consumo equo. La vera questione da porre, invece, prima ancora di quanto si produce, è per chi e in che modo si produce. Infatti, l’esaurimento e lo spreco delle risorse umane e naturali dipende non dall’industria in sé, ma da un sistema fondato sulla concorrenza tra imprese capitalistiche e sulla ricerca del massimo e più rapido possibile profitto. Dipende dall’anarchia di un sistema senza direzione unitaria e coordinamento, fonte di sprechi e sovrapproduzione, in cui l’uomo e la società non hanno il dominio sulle immani forze produttive, che pure hanno generato, ma dalle quali sono dominati, quasi che fossero cieche forze della natura. Crisi economica e crisi ecologica appaiono così come manifestazioni, pur diverse, della ribellione della economia e della natura alla medesima irrazionalità del modo di produrre.

La decrescita non può essere la soluzione, anzi la sua teoria maschera le cause e impedisce di trovarne una soluzione, deviando verso ricette utopiche e paradossali. Ciò che va affermato non è un balzo all’indietro nei livelli di civiltà, ma la necessità della produzione razionale e della redistribuzione della ricchezza sociale. Non la decrescita, ma la pianificazione è la soluzione all’anarchia del capitale. Infatti, solo la riconduzione delle forze produttive sotto il controllo dei lavoratori liberamente associati secondo un piano razionale, il socialismo, può permettere il superamento delle crisi economiche e delle crisi ecologiche. In questo senso, la critica alla decrescita non è un vezzo di purismo ideologico, ma una operazione di chiarezza, funzionale alla lotta che attende chi voglia cambiare realmente lo stato di cose presente, e un tassello nella ricostruzione di un pensiero critico attuale e fondato scientificamente.

http://www.laprospettiva.eu/wp-content/u...escita.pdf
http://www.laprospettiva.eu/lattualita-d...le-natura/
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OmniaSuntCommunia
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Messaggio: #12
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
Chiaro e lineare. A chi fa riferimento questo sito, laprospettiva.eu ?
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Flavus
Unregistered

 
Messaggio: #13
RE: Decrescita felice? Io mi tengo il marxismo e lo sviluppo delle forze produttive...
(30/06/2011 10:54 AM)OmniaSuntCommunia Ha scritto:  Chiaro e lineare. A chi fa riferimento questo sito, laprospettiva.eu ?

se non ho capito male praticamente la redazione è composta da compagni dei gc toscani... o cmq compagni che gravitano intorno alla fds
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